Il vino di Prometeo

Penfolds Grange, il grande rosso australiano nato da una sfida impossibile

Max Schubert voleva fare in Australia un vino che stesse alla pari con i più famosi vini europei. Un'idea folle che solo un autodidatta dallo spirito pionieristico come lui poteva concepire. I leggendari Premier Cru bordolesi devono la loro personalità a una combinazione unica di ceppi di vite selezionati generazione dopo generazione, tradizioni agricole, composizione del terreno, esposizione al sole e via elencando fino alle brezze che soffiano in quel particolare riquadro di mondo e alle spore che trasportano.

In cantina, l'enologo ha il compito di assecondare l'individualità che l'uva ha assorbito dal terreno e dall'aria e trasferirla, esaltandola, nel vino. Ma l'Australia non ha i castelli dell'Aquitania con i loro vigneti secolari. Schubert doveva arrangiarsi con l'uva che c'era, e nei primi anni del dopoguerra non era proprio granché. Per tentare la sua impresa aveva una sola scelta: abbandonare gli abiti del pastore che segue il vino nel suo percorso e vestire quelli dello stregone. Doveva plasmare una materia prima dall'animo rozzo, piegarla alla sua volontà e trasfigurarla in una bevanda nobile.

Scelse di partire da uva syrah, o shiraz, come la chiamano loro, la varietà di origine europea meglio adattata in Australia: se non la finezza, possedeva almeno un corpo abbastanza robusto per sopportare il trattamento al quale intendeva sottoporla. Ne selezionò le partite migliori da diversi vigneti e la lavorò sfruttando tutte le tecniche che conosceva, più qualcuna che inventò lui.

Per cinque anni, dal 1951 al 1956, Max proseguì con i suoi esperimenti di enologia prometeica: mescolava uve da vigneti diversi, tentava nuove tecniche di lavorazione, variava la permanenza nelle botti nuove di rovere americano che aveva deciso di usare per arricchire il vino con i tannini del legno. Dal 1953, quando gli sembrava necessario, cominciò anche tagliare lo shiraz con una parte variabile di cabernet sauvignon.

Poi i signori che dagli uffici di Sydney controllavano i bilanci si accorsero delle migliaia di bottiglie di questo costoso vino che si stavano accumulando nelle cantine dell'azienda. E decisero che era arrivato il momento di assaggiarlo e farlo assaggiare agli esperti.

Una catastrofe.

«Congratulazioni, Schubert. Una specie di Porto molto secco che nessuno con la testa a posto comprerà mai, figuriamoci bere», lo canzonò un critico. Un altro fu ancora più tagliente con la sua sarcastica pseudo-valutazione sensoriale: «Un intruglio di frutti selvatici e bacche varie, con una nota dominante di formiche schiacciate». Da Sydney partì una lettera che ordinava di cessare la produzione.

Max era ferito ma non vinto. Per tre anni continuò di nascosto a produrre il suo vino impossibile. Intanto le bottiglie delle prime annate maturavano. Fiché, a una decina di anni dalla nascita, il brutto anatroccolo dispiegò le ali del magnifico cigno che era diventato.

Oggi il primo, introvabile, Grange 1951 comincia a mostrare i segni del tempo e vale soprattutto come articolo da collezione. Ma quello del 1952 è ancora nella pienezza della sua maturità e l'annata 1953, considerata tra le migliori in assoluto, sarà al top almeno fino al 2010.

L'ultimo Penfolds Grange in commercio, il 2001, è una grande annata di Shiraz puro. Comprarlo non è facile: le quantità prodotte sono un segreto aziendale ma si stima che siano di solito fra 30 mila e 120 mila bottiglie: pochissime. Se lo trovate lo pagate 285 euro e potete stapparlo fra il 2010 e il 2040. In Italia è distribuito in esclusiva dalla Meregalli Giuseppe Srl.

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