Patrizia Carrano: «I cavalli arricchiscono la vita»

Autrice di molti libri tradotti in cinque lingue, Patrizia Carrano scrive anche per la televisione, la radio, il cinema. Non ama la parola "scrittore" e di sé dice che fa il mestiere del "narratore". Fra i suoi libri più noti, tre sono dedicati ai cavalli. L'ultimo, uscito l'anno scorso, è una raccolta di sei racconti ottenuti, come sostiene lei, «in grazia della loro confidenza».

Come è nato questo rapporto così stretto con i cavalli?
«È cominciato venti anni fa. Ero per lavoro in Francia a Deauville, con un po' di lividi sull'anima perché finiva un matrimonio e, insomma, non ero per niente contenta della vita. Ero stata invitata ad assistere all'asta dei puledri da galoppo di un anno. Vicino all'asta c'era un maneggio e mi venne il desiderio di provare a prendere una lezione».

Era la prima volta che saliva a cavallo?
«Sì, ma avevo questo grande desiderio di provare fin da bambina. Secondo me perché per i primi 10 anni della mia vita, quando abitavo a Venezia, ho giocato sotto i quattro cavalli della basilica di San Marco. Che peraltro provenivano dall'Ippodromo di Costantinopoli».

Come andò quel primo incontro dal vivo?
«Non ero attrezzata, ero in pantaloni normali e mocassini, ma salire su quel sauro di nome Porthos, come uno dei tre moschettieri, e sentire che tutti i miei patemi si dissolvevano fu tutt'uno».

Poi ha preso altre lezioni...
«Certo, tornata a Roma, la prima cosa che ho fatto è stato cominciare frequentare una scuola. Allora si usava meno di oggi e io ero l'unica adulta in mezzo ai bambini. Un poco per volta ho cominciato a frequentare sempre più assiduamente questo mondo. E più lo frequentavo e più mi sembrava straordinario e affascinante dal punto di vista emotivo e culturale».

Finché è arrivata a scrivere che le riesce impossibile immaginare un mondo senza cavalli.
«Sì, i cavalli hanno enormemente arricchito la mia vita. Mi fanno stare bene e cavalcare è diventata un'abitudine quotidiana. Ogni giorno all'ora di colazione prendo la macchina e vado in scuderia. Anche se diluvia e non posso cavalcare, non importa: tiro fuori il mio cavallo dal box, controllo che stia bene, gli faccio fare una mezz'ora di giostra, gli porto quattro caramelle...»

Sempre quattro?
«Ah, sì [ride]. Se non sono quattro si arrabbia, perché sul cibo sa contare».

Partecipa a gare?
«No, mi mette a disagio essere guardata. Però la domenica, quando il mio circolo è chiuso, per non stare lontana dai cavalli vado a vedere gareggiare gli altri. Mi piacciono soprattutto i concorsi dei bambini molto piccoli sui pony. È bello vedere queste creaturine, spesso teneramente goffe, sui loro cavallucci che a volte sono cento volte più bravi di loro».

Cosa dà l'andare a cavallo a quei bimbi?
«Il cavallo ti insegna il rapporto con l'altro. Ti insegna la virtù della tolleranza, perché devi capire quando spronare, ma devi anche comprendere la difesa del cavallo, che ha sempre un motivo. Se un cavallo si pianta davanti a un ostacolo è perché tu ci sei arrivato male. E ti insegna il coraggio di gettare il cuore oltre».