To get as much happiness as I can. Not to harm others. Not to whine. In that order.
To get as much happiness as I can. Not to harm others. Not to whine. In that order. |
Un brindisi alla faccia di Stalin. E di PutinLa resurrezione del rosso georgiano Il georgiano Stalin apprezzava molto i vini della sua terra, e in pochi piani quinquennali il suo amore quasi riuscì a distruggere una tradizione plurimillenaria. Oggi il nipote del suo cuoco, il pietroburghese Vladimir Putin, ha bandito i vini georgiani dalla Russia. Ma il suo disprezzo potrebbe diventare il miglior viatico per il rinascimento della vitivinicoltura caucasica. Quanto a gusti enologici, il tiranno d'acciaio era una donnetta: gli piacevano certi rossi densi e dolci che la maggior parte di noi troverebbe stucchevoli. Ma i gusti del Capo diventano quelli della corte e tutti i grandi e piccoli apparatchik facevano a gara per esibire quei vini diventati uno status symbol, condizionando così la produzione dei contadini georgiani. A completare il quadro, l'industrializzazione forzata che non risparmiò nemmeno i vigneti, spinti a badare più alla quantità che alla qualità per alimentare le fabbriche di vino dei soviet. Putin ha i gusti austeri del cultore di arti marziali e ai tannini del vino preferisce quelli del tè verde. Perciò nel 2006 non deve aver esitato un attimo prima di dare il via al divieto di importazione delle bottiglie provenienti da quelle repubbliche che stavano cominciando a prendere troppo sul serio la loro indipendenza da Mosca: la Moldavia e, appunto, la Georgia. Per il Paese è stato un gavettone gelato: perdere di colpo i compratori del 90 per cento di uno dei pilastri di un'economia tutt'altro che florida non è uno scherzo. Ma per quanto devastanti siano le sue conseguenze economiche, la rappresaglia del Cremlino, che prende a pretesto motivi di salute pubblica e non meglio precisate "contaminazioni" dei vini banditi, provoca nella psiche georgiana una ferita molto più profonda. Qui il vino è una questione di identità culturale: senza vino non c'è Georgia. E, se hanno ragione gli archeologi e i cinque milioni di georgiani, senza Georgia non ci sarebbe il vino: è opinione corrente che proprio in queste valli ai piedi del Caucaso l'umanità avrebbe per la prima volta scoperto la magia del succo d'uva fermentato. E se san Patrizio convertì i celti irlandesi spiegandogli la Trinità con il trifoglio, la turca santa Nina convinse i georgiani della bontà della sua predicazione girando di valle in valle con una croce di tralci di vite intrecciati. In una tradizione di sette millenni, una settantina d'anni sono un battito di ciglia. Perciò, archiviata la parentesi sovietica, molti georgiani hanno ricominciato a fare il vino come lo fanno da sempre e in realtà non avevano mai smesso: lasciando fermentare il mosto in giare di terracotta sepolte sotto terra. E ora il bando di Putin li sta costringendo a guardare con più decisione verso ovest, accelerando così le trasformazini che presto potrebbero mettere la valle di Kvareli sulle mappe enoturistiche mondiali come il Chianti o la Napa Valley. Qui hanno investito molti stranieri, fra cui anche qualche italiano. Come i Baroncini di San Gimignano che hanno comprato una tenuta di un centinaio di ettari e, appena arrivati, hanno provato a fare una specie di Supertuscan del Caucaso partendo dal più tipico dei vitigni autoctoni, il Saperavi. Tradotto, il nome vuol dire "colorante", e già questo ci dice con che genere di uva abbiamo a che fare. La cosa curiosa è che proprio da questi acini che trasudano colore e tannini si ricavano anche i vini apprezzati da Stalin. Invece di castrarla per obbligarla al falsetto del gusto dolce, però, nel nostro caso l'uva è stata lasciata libera di esprimere tutto il suo testosterone vinicolo, per poi affidare il compito di domarlo al più muscoloso dei vitigni internazionali, il Cabernet Sauvignon. Ne è risultato un rosso da arrosti, insolito e possente. Baffone lo avrebbe trovato troppo virile per i suoi gusti. |
Stampa italiana |