Gli italiani di Malindi

«Mama Luisa!» Il grido di un bambino interrompe il racconto di Mary, la graziosa insegnante keniana che mi sta illustrando la vita nell’orfanotrofio Children of the Rising Sun («Bimbi dell’Aurora») nei pressi di Malindi. In un istante una quarantina di ragazzi e ragazze si riversano nel cortile e corrono incontro al pickup bianco appena entrato dal cancello. Con i ragazzi Mama Luisa si mostra sorridente e affettuosa. Ma in realtà è furente: da due giorni l'orfanotrofio è senza acqua. Qualcuno si è dimenticato di pagare la bolletta. Così, con l'aiuto dell'amico Renzo Ruia, un altro «italiano di Malindi», è stata costretta a stracaricare il pickup di taniche e bidoni d’acqua potabile per rimediare alla sbadataggine che ha assetato i piccoli.

Questo accadeva due anni fa. «Oggi quelle cose non capitano più», mi spiega soddisfatta Maria Luisa Travaglia. «Ora l’orfanotrofio funziona bene, è stato ingrandito e accanto sono state costruite una scuola elementare e un asilo che serve anche i villaggi vicini».

Di recente un giornale locale ha citato proprio il Children of the Rising Sun come esempio ispiratore dei sempre più numerosi progetti umanitari della comunità italiana di Malindi. «Gli italiani sono molto attivi nel sociale, ma di questo i nostri giornali non parlano mai» si lamenta il console onorario Roberto Macrì. «Il bene non fa notizia. Oltre al Children of the Rising Sun, che presiedo, ci sono altri piccoli orfanotrofi, c’è il Children of the Rainbow, che è sempre di italiani e segue diverse centinaia di bambini, ci sono tantissime adozioni a distanza».

Ma il Rising Sun non è sempre stato così. «Quando sono arrivata, sei anni fa, era un lager», racconta Maria Luisa con una smorfia. «Io e mio marito ci eravamo trasferiti in Kenya, dove prima venivamo in vacanza, perché volevamo goderci la pensione in un bel clima. Ero qui solo da un paio di settimane quando una mia amica mi ha parlato dell’orfanotrofio. Dall’Italia mi ero portata parecchie medicine: sono infermiera professionale, e ho pensato di andare a dare un’occhiata, caso mai potessi essere utile. Altro che utile: c’era una situazione da incubo. Quei poveri bambini avevano di tutto: traumi, parassiti, infezioni. Ho passato tre mesi a lavarli, disinfettarli, medicarli. Non ho più smesso».

E suo marito come ha preso questo imprevisto cambio di programma? «Senza di lui non ce l’avrei mai fatta. Il suo appoggio è stato fondamentale. È un uomo meraviglioso: in Italia era troppo preso dal suo lavoro e nemmeno sospettava l’esistenza di queste situazioni. Ma il mio entusiasmo lo ha travolto». Già, è impossibile resistere all’entusiasmo di questa donna che a 64 anni dice di essere troppo impegnata per truccarsi o preoccuparsi del suo aspetto ma conserva lo sguardo seducente del peperino dai capelli rossi che quando lavorava in ospedale e si metteva «appena un pochino di trucco per ravvivare la pelle chiara» deve aver fatto girare la testa a parecchi medici.

Maria Luisa ha voluto rivedermi perché sta cominciando un nuovo progetto a favore dei piccoli di Malindi. E mentre racconta è un fiume in piena. «Un anno fa alcune donne africane mi hanno chiesto aiuto per una ventina di neonati abbandonati che avevano sistemato in una casa in affitto. Non sapevano come dar loro da mangiare, erano digiuni da due giorni. Sono corsa a fare la spesa. E il giorno dopo sono tornata con un medico e un infermiere: oltre alla fame, i piccoli avevano la scabbia, la tigna, i vermi».

Come cinque anni prima, Maria Luisa non è stata a rifletterci troppo a lungo. Il Rising Sun, con le strutture ormai complete, il Comitato direttivo presieduto dal console Macrì e un rassicurante elenco di sostenitori e amici, poteva ormai fare a meno di lei. «Non puoi pensare per tutti. Volendo fare troppo, si rischia di concludere poco», sottolinea.

«Ora mi dedico al nuovo progetto e lascerò ciascuno dei bambini quando sarà pronto: dopo che sarà cresciuto mangiando regolarmente, curato, educato, anche al rispetto delle norme igieniche più elementari. Ma, soprattutto, quando avrà imparato a rispettare se stesso, a essere consapevole della sua dignità di persona».
Oggi i bambini sono già più di cinquanta. «I più grandi hanno 3-4 anni. Ce n’è uno appena nato: la madre se ne è andata subito dopo il parto. Non aveva molta scelta: rischiava di essere ammazzata insieme al piccolo, concepito in una relazione illecita».
Per Maria Luisa è subito evidente che ci vuole una sistemazione più adeguata di quella casa in affitto. Parla del suo progetto. Con il solito entusiasmo irresistibile. E un conoscente le regala un terreno di 12 mila metri quadri a Mayungu, poco a sud di Malindi in una bellissima zona vicino al mare.

Poco lontano c’è il parco che nasconde la principesca villa Lion in the Sun dove Flavio Briatore, con la riconquistata Naomi Campbell, organizza le feste che – queste sì – fanno notizia sui giornali italiani. E, tra una festa e l’altra, Briatore cede la villa a chiunque sia disposto a versargli un affitto settimanale intorno ai 30.000 euro.
Con suo marito e a un’amica di Biella che vive sei mesi l’anno a Malindi Maria Luisa registra l’associazione senza fini di lucro che dovrà gestire l’orfanotrofio. Ha appena cominciato a raccogliere fondi, ma fa già partire i lavori.

«Con i primi soldi ho fatto costruire la recinzione e scavare un pozzo che servirà per il bucato e le docce. Adesso tocca a una vasca di cemento per l’acqua potabile che porterò in autoclave da Malindi. In attesa dell’acquedotto e di una strada degna di questo nome».

Luisa ha già speso 8 mila euro. Ma ne ha raccolti solo 5 mila. «Ci sono la mia pensione e quella di mio marito. Ma 3 mila euro non sono uno scherzo. Io ho lavorato pochi anni e ho la minima».

Così, tra parentesi, scopro che Maria Luisa ha cominciato a lavorare solo a 40 anni. Prima ha messo al mondo quattro figli, che l’hanno resa nonna orgogliosa di tre nipotini. «Era appena nata Sonia, la mia ultimogenita», racconta. «Mio marito, il primo, fu colpito da un aneurisma. Quando tornò a casa era diventato anche lui un bambino, il quinto». Per tirare avanti, Maria Luisa è costretta a cercarsi un lavoro. Lo trova proprio in ospedale, come inserviente. Ma si sente sprecata: così, mentre cresce i ragazzi e assiste il marito, studia e diventa infermiera professionale.

Visto che stiamo parlando di soldi, le chiedo quanto costa vivere a Malindi. Per il loro ménage Maria Luisa e suo marito Renato spendono 1500-2000 euro al mese. La casa è in affitto: 420 euro al mese per una villa in riva al mare con piscina, un bel giardino, il personale che cura la manutenzione e il servizio di sorveglianza notturno, «Tutto a carico del padrone di casa, io in più pago solo la ragazza che mi aiuta nelle faccende domestiche».

Mentre racconta, Maria Luisa mi mostra una letterina scritta su un foglio di quaderno in un italiano molto creativo. È di Anthony, il figlio più piccolo di una famiglia numerosa che non lo mandava a scuola perché non poteva permettersi di comprargli la divisa e le scarpe. «Una spesa modesta, ma insopportabile per una famiglia con sei figli, che fa fatica a dare a tutti un piatto di polenta al giorno».

Proprio il cibo era il problema principale di Anthony: senza mangiare non ci sono le energie per percorrere a piedi i chilometri di distanza dal villaggio alla scuola. «Prima gli mandavo la spesa a casa. Ma gli altri se ne approfittavano e dopo due giorni lui era di nuovo senza provviste. Adesso do i soldi direttamente a lui: così si compra da mangiare mentre va a scuola. I suoi fratelli sono grandi e possono cavarsela da soli».
In tutto questo Maria Luisa trova anche il tempo per un hobby: «Sono una lettrice accanita, ho la casa piena di libri che ho letto almeno cinque volte perché non so l’inglese e qui i libri in italiano non li trovo, così devo aspettare che me li porti qualcuno quando viene a trovarmi». Ne prendo nota per la prossima volta. In spiaggia, invece, ci sta poco. Quanto ai safari, «Ne ho fatti un paio. Può anche darsi che capiti di nuovo. Ma costano molto». E Maria Luisa preferisce spendere i soldi in altri modi.

E la vita sociale? Come sono i rapporti con il resto della famosa comunità italiana di Malindi? «C’è tanta gente per bene. Però siccome in Kenya non c’è l’estradizione, trovano rifugio qui anche molti che proprio bravissime persone non sono. Ma non mi interessa. Io e mio marito siamo abbastanza pantofolai. Quando incontriamo gli italiani per strada, ci salutiamo, scambiamo una battuta sul tempo e poi ognuno a casa sua».

Che non si possa davvero parlare di una «comunità italiana» me lo conferma anche il console Macrì, che vive a Malindi da 33 anni. «Ci sono tanti gruppetti. Quelli che amano giocare e stanno tutto il giorno al casinò. Quelli che giocano a golf». E quelli che lavorano. «I pensionati non sono così tanti come si crede in Italia. La maggior parte di coloro che abitano qui sono coinvolti nel turismo, alberghi ristoranti, trasporti, tutto quello che concerne i servizi per le vacanze».
E i ricchi? Ci sono, eccome: «I benestanti italiani fra i 40 e i 60 anni sono parecchi», conferma il console. «È difficile dare un numero preciso: dipende dal periodo, perché anche molti dei residenti se ne vanno quando comincia la stagione delle piogge; direi che in tutto, tra imprenditori, lavoratori, benestanti e pensionati c’è una media di 6-700 italiani, che arrivano fino a 1600-1700».

Se già i residenti si frequentano poco fra loro, le occasioni di incontro fra residenti e turisti di passaggio sono ancora più ridotte: «I turisti italiani vengono qui per una o al massimo due settimane. Fanno il safari, le escursioni, stanno in spiaggia: difficilmente escono dal villaggio turistico», spiega Macrì. Io devo essere stato fortunato perché è stato proprio grazie a Ilaria, la graziosa e preparata «interprete ambientale» dei Viaggi del Ventaglio che ho visitato per la prima volta Children of the Rising Sun e conosciuto Maria Luisa Travaglia.
Devo a Ilaria anche la visita alla scuola elementare di Dongkundu, dove ho visto bambini seduti per terra ascoltare l’insegnante con un’attenzione da noi ormai dimenticata. E alcuni di quei bambini li ho ritrovati ore più tardi mentre camminavano sotto il tremendo sole del primo pomeriggio equatoriale. Uno mi ha salutato sventolando in aria il mezzo biscotto che stava sgranocchiando dal pacchetto che gli avevo regalato. Quel giorno sarebbe arrivato a casa senza che gli girasse la testa per la fame. A volte basta così poco per sentire di aver fatto una cosa importante.


Per aiutare i bambini di Maria Luisa

La spesa necessaria per la costruzione dell’orfanotrofio di Mayungu e l’acquisto iniziale di arredi è incredibilmente modesta se rapportata agli standard italiani: saranno sufficienti poco più di 100.000 euro, che Maria Luisa spera di riuscire a raccogliere in tempo per poter ospitare i primi bambini già dal prossimo anno. In seguito, per mantenere la struttura, pagare il personale e provvedere a tutte le necessità di una trentina di piccoli occorreranno circa 1500 euro mensili. Pensa, cinquanta euro al mese sono sufficienti per far crescere un bambino altrimenti destinato a una misera e breve sopravvivenza. Se vuoi dare il tuo contributo a un’iniziativa dove ogni euro fa la differenza per chi ne ha davvero bisogno invece di disperdersi in pachidermiche burocrazie, questi sono i riferimenti bancari:

Mayungu Orphanage c/o Maria Luisa Travaglia
A/C N. 0610352006
Imperial Bank, Malindi Branch
Codice Iban: GB61CITI18500808558299
Causale: Orfanotrofio

Per saperne di più puoi scrivere a: Maria Luisa Travaglia - P.O Box 1327 – Malindi – Kenya. Oppure puoi telefonare a Maria Luisa al numero 00 254 4231380, cell. +254 734516694.


Trasferirsi a Malindi

Il console Macrì ci ha spiegato che impiantare un’attività commerciale in Kenya o comunque trasferirsi per lavoro negli ultimi tempi è diventato un po’ più complicato che in passato. Per chi invece volesse vivere in Kenya con la propria pensione non ci sono complicazioni burocratiche: basta farsi accreditare la pensione su una banca locale per ottenere la residenza. Con un migliaio di euro al mese una coppia senza particolari esigenze può vivere confortevolmente pagandosi l’affitto di un appartamento, lo stipendio di una persona di servizio, il mangiare a casa e qualche serata al ristorante.

Per informazioni: Honorary Consulate of Italy
Honorary Consul Roberto Macrì - P.O. Box 704 – Malindi - Kenya
Tel: 00254 42 31170, 20502
Fax: 20740
E-mail: eltome@swiftmalindi.com

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